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Suzuki SC100 Whizz Kid - La piccola giapponese che (quasi) conquistò il mondo

Suzuki SC100

Ci sono auto che esistono perché qualcuno ha avuto un’idea geniale. E poi ci sono auto che esistono quasi per caso, come la somma di una serie di circostanze fortunate, di regolamenti cambiati nel momento giusto, di scelte audaci prese da persone che non sapevano ancora di stare costruendo un cult. La Suzuki SC100 è esattamente questo: un piccolo miracolo a quattro ruote nato in Giappone, cresciuto all’ombra di normative bizzarre e finito per conquistare appassionati in ogni angolo del mondo.


Produzione 1978–1982
Mercati UK, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Sudafrica, America Latina, Hong Kong
Esemplari prodotti (totale) ~9.000 (4.696 solo nel mercato UK)
Esemplari sopravvissuti (UK) ~30–96 su strada (stime variabili)
Motore F10A 970cc 4 cilindri in linea, 4 tempi, raffreddamento a liquido
Potenza 47 cv a 4.500 giri
Coppia 61 Nm a 2.500 giri
Layout Motore posteriore, trazione posteriore (RR)
Cambio Manuale 4 marce
Peso 630–655 kg
0–100 km/h ~17 secondi
Velocità massima 85 mph (137 km/h) — alcune rilevazioni: 143 km/h
Consumo 56,5 mpg a velocità costante / ~42 mpg media reale
Sospensioni Indipendenti su tutti e quattro gli angoli
Designer Giorgetto Giugiaro (Italdesign)
Prezzo di listino (1979) ~€2.800

Suzuki e il mondo delle kei car: una storia di pionieri

Sezione intitolata “Suzuki e il mondo delle kei car: una storia di pionieri”

Per capire il Whizzkid bisogna prima capire il Giappone del dopoguerra — e quella categoria di automobile tutta nipponica chiamata kei car, ovvero “automobile leggera”. Nate negli anni Cinquanta come risposta alle ristrettezze economiche del paese, le kei car dovevano rispettare limiti precisi di dimensioni, cilindrata e potenza. In cambio, i proprietari godevano di tasse e assicurazioni ridotte. Suzuki fu tra i pionieri assoluti: costruì la sua prima kei car già nel 1955, partendo da una tradizione di motori maturata nel settore dei telai per tessitura. Ancora oggi, oltre un terzo della produzione automobilistica giapponese è dedicata a queste microvetture.

La genealogia del Whizzkid è lunga e interessante. Tutto inizia con la Suzulight Fronte del 1962, prosegue con la Fronte Coupé del 1971 — disegnata da Giorgetto Giugiaro con quel profilo da coupé sportivo che già prefigurava il futuro — e arriva al Cervo del 1977, evoluzione diretta con motore tre cilindri a due tempi da 550cc. Per l’esportazione in Europa, però, il motore a due tempi — rumoroso, fumoso, mal visto dalle normative — doveva andare. Suzuki lo sostituì con il quattro cilindri F10A da 970cc, già usato sui furgoncini Super Carry, adattò la carrozzeria con fari rettangolari e piccole modifiche estetiche, e creò una versione pensata esclusivamente per i mercati esteri. Il risultato debuttò all’AutoRAI di Amsterdam nel febbraio 1979, e arrivò in Gran Bretagna nell’ottobre dello stesso anno come SC100, ribattezzato Whizzkid dall’importatore Heron Suzuki.


Il design del Whizzkid non è casuale. È, a tutti gli effetti, un lavoro di Giorgetto Giugiaro — lo stesso che aveva già firmato la Fronte Coupé del 1971 da cui l’SC100 discende, e che in quegli anni stava anche disegnando la Volkswagen Golf, la Fiat Panda e la De Tomaso Mangusta. Quello che Giugiaro crea è una piccola 2+2 con un profilo teso e sinuoso, larga appena tre metri, con un’identità visiva che non ha nulla da invidiare a coupé di tutt’altra categoria.

Il materiale di marketing britannico del 1979 non aveva paura di osare nel presentarla: “Just like the Porsche 911, the engine is mounted over the rear drive wheels for maximum road grip.” Tecnicamente, non è sbagliato: come la 911, il Whizzkid è una trazione posteriore con motore posteriore. La differenza è che la Porsche ha sei cilindri e centinaia di cavalli; il Whizzkid ne ha quattro e quarantasette. Eppure la filosofia dinamica è la stessa — il peso del motore sulle ruote motrici garantisce trazione e comunicatività che le auto a motore anteriore raramente replicano.

C’è però un segreto tecnico nascosto sotto la coda del Whizzkid: il peso eccessivo al posteriore rischiava di rendere il muso troppo leggero e nervoso in curva. Come Suzuki risolse il problema? Inserendo un contrappeso di ghisa nel paraurti anteriore per bilanciare la distribuzione dei pesi. Una soluzione semplice, quasi artigianale — ma perfettamente funzionale.


Salire a bordo richiede tecnica. Il telaio è basso, le porte non larghissime, e chiunque superi una certa altezza prenderà presto confidenza con lo stipite della portiera — di solito nel peggior modo possibile. Il volante è inclinato, i pedali leggermente sfalsati, e ogni cambio di marcia richiede un’intesa silenziosa con il ginocchio del passeggero. I sedili posteriori sono adatti ai bambini, purché particolarmente compatti.

Ma poi accade qualcosa di magico. Da circa 4 mph in poi, tutta l’auto inizia a vibrare di attività. Il cambio a quattro marce è sorprendentemente nitido; lo sterzo a cremagliera è diretto, ricco di feeling, capace di trasmettere ogni informazione dall’asfalto alle mani con una comunicatività che molte auto di ben più alto lignaggio non riescono a replicare. Il peso di 630 chilogrammi — quasi letteralmente niente — fa il resto.

Il Whizzkid è fondamentalmente una versione in miniatura di un’auto molto più grande. Se il motore fosse in una posizione più convenzionale, potrebbe essere una piccola Celica o una Ford Capri. Non c’è nulla di radicale nel Whizzkid se non le sue dimensioni ridotte. La sensazione al volante è di gran lunga più vivace di quanto dicano i numeri: il motore è dietro la testa del guidatore, il sedile è vicinissimo all’asfalto, e l’auto risponde ai comandi con prontezza quasi da go-kart. Non si guida un Whizzkid — lo si indossa.


Uno dei capitoli meno conosciuti ma più affascinanti della storia del Whizzkid è quello che lo porta in pista — nella forma più radicale possibile. Ben Bowlby, ingegnere che avrebbe poi raggiunto la fama internazionale come progettista della rivoluzionaria Nissan DeltaWing alla 24 Ore di Le Mans 2012, prese un SC100 come base per una vettura da competizione nella categoria Special Saloon.

Il risultato fu considerato incredibilmente veloce per un’auto da meno di un litro, e detenne il record assoluto di classe C a Castle Combe per molti anni — diventando la prima auto da un litro a completare un giro del circuito del Wiltshire in meno di sessanta secondi, con una velocità media superiore ai 100 mph. Un dato che ancora oggi sembra impossibile per un’auto da 47 cavalli con il motore di un furgoncino.

La vettura fu guidata in gara nei primi anni Novanta da Erling Jensen, Paul Brend e Derek Barrett, rimanendo competitiva fino all’avvento della nuova generazione di prototipi club come Radical e Juno. Nel 2010 fu interamente restaurata da Simon Green Motorsport. È passata più volte all’asta negli ultimi anni, ogni volta come uno degli oggetti più rari e curiosi del panorama delle auto da competizione storiche britanniche.


Il Whizzkid fu uno dei primissimi successi internazionali di Suzuki nel settore automobilistico, ricevendo elogi da una delle penne più temute e rispettate dell’epoca: LJK Setright. Critico automobilistico britannico leggendario — colto, esigente, capace di distruggere un’auto in poche righe come nessun altro — Setright non era uomo da entusiasmi facili. Eppure possedette un Whizzkid, ne scrisse con ammirazione, e la sua approvazione funzionò come un lasciapassare culturale: molti lettori corsero a comprarne uno proprio perché Setright ne aveva uno.

L’amore per il Whizzkid, però, non si esaurisce con i critici. Alastair Clements racconta: “Ho visto per la prima volta un Whizzkid quando avevo tredici anni e volevo comprarlo disperatamente, ma mio padre non ne voleva sapere. Dieci anni dopo, cercando un mezzo economico, ne presi uno. Lo amai e lo vendetti solo per comprare un anello di fidanzamento. Mi mancò terribilmente, ma capii di aver fatto la cosa giusta quando mia moglie me ne regalò un altro come regalo di nozze. Ce l’ho ancora, diciotto anni dopo. L’ho usato in hillclimb e nei rally, ma dopo aver fermato la solita ruggine invadente, l’ho ritirato a mansioni più tranquille. Ne ho avuti quattro e non riesco a immaginarmi senza uno.”


The Suzuki SC100


Anima — 9/10 Disegnata da Giugiaro, approvata da Setright, amata da chi la guida per decenni. Poche auto sanno generare questa devozione.

Guidabilità — 8/10 Leggera, precisa, comunicativa. Va indossata più che guidata. Una volta trovata la sincronia, è impossibile smettere di sorridere.

Rilevanza storica — 7/10 Prima auto di Suzuki a raggiungere un successo internazionale reale. Record di pista con meno di un litro. Approvazione di LJK Setright. Non male per un furgoncino travestito da coupé.

Reperibilità — 3/10 Circa 4.696 esemplari venduti nel solo mercato britannico — ma la ruggine ne ha decimati la maggior parte. Restano una trentina di esemplari su strada nel Regno Unito, qualcuno in più in tutta Europa.

Costo di gestione — 8/10 Il motore F10A è robusto e affidabile se ben mantenuto. Consumi eccellenti. Il problema principale è trovare i ricambi — e i passaruota posteriori.


Il Whizzkid ha vissuto una traiettoria di valore curiosa e istruttiva. Per decenni, dopo la fine della produzione nel 1982, non valeva quasi nulla — e quella svalutazione è la ragione per cui la ruggine ha fatto strage: quando un’auto non vale la pena di essere riparata, finisce al demolitore. Solo dalla metà degli anni 2010 in poi il mercato ha iniziato a riconoscerne il valore collezionistico.

Quarant’anni fa un SC100 costava €2.800 nuovo; oggi un esemplare in buone condizioni vale tra i €4.600 e i €5.800. Ma il mercato delle aste racconta una storia più sfumata: un esemplare del 1979 è stato offerto a €9.300 da Iconic Auctioneers, mentre un 1982 in Olanda è stato battuto a circa €5.650 su Catawiki nell’aprile 2023. Gli esemplari con basso chilometraggio e storia documentata tendono a superare stabilmente i €6.900-€9.300.

La rarità è il fattore dominante: dei 4.696 esemplari venduti nel mercato britannico, solo 96 risultano ancora immatricolati, con le stime più recenti che parlano di circa 30 effettivamente circolanti su strada. Ogni esemplare superstite è, a tutti gli effetti, un pezzo unico. Il trend è in crescita, trainato dall’interesse crescente per le auto giapponesi degli anni Settanta e Ottanta e dalla progressiva scomparsa degli esemplari in buone condizioni.

Condizione Fascia di prezzo attuale
Da restaurare / non funzionante €930 – €2.320
Funzionante, condizioni medie €2.900 – €5.220
Buone condizioni, storia documentata €5.800 – €9.860
Eccellenti condizioni, basso chilometraggio €9.300 – €13.920+
Versione da pista Bowlby preparata €17.400 – €29.000+

Trend: 📈 In crescita costante dal 2015. La rarefazione degli esemplari e l’interesse per le JDM classiche accelerano la rivalutazione.


  • Il design del Whizzkid fu firmato da Giorgetto Giugiaro di Italdesign — lo stesso che in quegli anni stava lavorando sulla Volkswagen Golf e la Fiat Panda
  • Sotto il paraurti anteriore è nascosto un contrappeso in ghisa, inserito per bilanciare il peso del motore posteriore e stabilizzare il comportamento del muso in curva
  • Ben Bowlby — poi celebre come progettista della Nissan DeltaWing a Le Mans — costruì una versione da gara del Whizzkid che per anni fu la prima auto da un litro a girare Castle Combe in meno di sessanta secondi
  • Il Whizzkid fu venduto non solo in Gran Bretagna ma anche in Olanda, Nuova Zelanda, Sudafrica, Hong Kong e diversi paesi sudamericani — uno dei primi Suzuki a ricevere attenzione internazionale positiva dalla stampa occidentale
  • Oltre un terzo della produzione automobilistica giapponese è ancora oggi dedicata alle kei car, che godono di agevolazioni fiscali e assicurative specifiche
  • Il soprannome “Whizzkid” fu inventato da Gerald Ronson, patron del gruppo Heron importatore Suzuki — lo stesso Ronson che pochi anni dopo sarebbe finito alla sbarra come uno dei “Guinness Four” per una frode finanziaria

  • La ruggine è il nemico numero uno. I punti critici sono sottoporta, pianale, montanti posteriori e passaruota. Ispezionare con attenzione prima di qualsiasi acquisto — preferibilmente con un sollevatore
  • I passaruota posteriori sono il pezzo più costoso da sostituire e possono raggiungere i €2.300 l’uno — quasi quanto l’auto costava da nuova nel 1979
  • Il motore F10A è robusto e affidabile se ben tenuto. Ascoltare attentamente rumori anomali e verificare la storia manutentiva: la condizione del motore è tutto
  • I ricambi sono rari ma non introvabili. La comunità dei proprietari è piccola ma molto attiva — i club dedicati sono la fonte migliore per pezzi e assistenza specializzata
  • La guida richiede adattamento. Posizione di guida bassa, pedali leggermente sfalsati, volante inclinato: ci vuole un po’ per trovare la sincronia — ma una volta trovata, non si vuole scendere
  • Verificare lo stato delle sospensioni anteriori. Le regolazioni del camber sono fondamentali per il comportamento dinamico e spesso vengono trascurate nei decenni di abbandono

Il Whizzkid è esattamente il tipo di auto che esistiamo per raccontare: ignorata dai grandi magazine, decimata dalla ruggine, dimenticata dalla storia ufficiale. Eppure chi l’ha guidata non la dimentica — e chi la possiede non la vende volentieri. Disegnata da Giugiaro, benedetta da Setright, portata in pista da chi poi avrebbe costruito la DeltaWing. Piccola come una promessa, tenace come una leggenda.