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Aston Martin Bulldog, il prototipo da 200 miglia all'ora che ci ha messo 44 anni a mantenere la sua promessa

Aston Martin Bulldog

Ci sono auto che nascono per essere prodotte e auto che nascono per dimostrare qualcosa — la Aston Martin Bulldog appartiene alla seconda famiglia con la disinvoltura di un esemplare unico che, quando uscì dai capannoni di Newport Pagnell nel marzo del 1980, era semplicemente l’oggetto più radicale che la casa di David Brown avesse mai costruito. Alta poco più di un metro, lunga quanto una berlina compatta, larga quasi due metri, con un cuneo che sembrava disegnato da William Towns per umiliare la sua stessa Lagonda — e di fatto lo era, perché la matita era la stessa. Dietro l’abitacolo, un V8 da 5,3 litri con doppi turbocompressori Garrett accreditato di seicentocinquanta cavalli buoni, settecento al banco, in un’epoca in cui le supercar di serie più cattive si fermavano molto prima. Davanti, un pannello che si apriva come una bocca a rivelare cinque fari. Ai lati, due porte enormi ad ala di gabbiano azionate da pistoni elettrici. Dietro al cruscotto, display digitali e comandi a sfioramento — nel 1980, sia chiaro — con pelle Connolly e tappeto Wilton a smentire qualsiasi accusa di freddezza tecnica. Era stata progettata per superare la barriera dei trecentoventi all’ora. Si fermò a trecentosette per problemi di portanza, e poi si arrese alle priorità industriali di chi era arrivato dopo. Quarantaquattro anni dopo, in un pomeriggio di giugno su una pista scozzese, ha completato il lavoro che il suo creatore non aveva potuto finire. Un solo esemplare, due vite, una promessa mantenuta in ritardo ma mantenuta. È esattamente il modo in cui Aston Martin avrebbe dovuto chiudere quella storia, ed è il modo in cui l’ha chiusa.


Anno 1980
Esemplari prodotti 1 (esemplare unico)
Codice progetto K-9 / DP K9/01
Presentazione Bell Hotel, Buckinghamshire, marzo 1980
Motore V8 5.344 cc, doppi turbocompressori Garrett AiResearch T04B, iniezione Bosch
Potenza dichiarata ~650 cv a 6.000 giri/min (oltre 700 cv al banco)
Coppia massima ~670 Nm a 5.500 giri/min
Trasmissione Manuale 5 marce, motore centrale longitudinale, trazione posteriore
Sospensioni anteriori Indipendenti, quadrilateri trasversali, molle elicoidali
Sospensioni posteriori Indipendenti, bracci longitudinali, molle elicoidali
Lunghezza/Larghezza/Altezza 4.270 / 1.918 / 1.092 mm
Peso dichiarato ~1.730 kg
Velocità massima a MIRA (1980) 307 km/h (191 mph)
Velocità massima a Machrihanish (2023) 330,5 km/h (205,4 mph)
0–100 km/h ~5,2 secondi
Designer (carrozzeria) William Towns
Ingegneria Mike Loasby, poi Keith Martin
Direzione AML all’epoca Alan Curtis (Managing Director)
Prezzo di vendita 1981 ~£130.000

Marzo 1980, Buckinghamshire: William Towns rifà il colpo della Lagonda

Sezione intitolata “Marzo 1980, Buckinghamshire: William Towns rifà il colpo della Lagonda”

La Bulldog viene tolta dai teli al Bell Hotel del Buckinghamshire nel marzo del 1980, davanti a una platea che aveva ancora negli occhi la Lagonda berlina del 1976 — un’altra William Towns, anche quella un cuneo, anche quella un manifesto di quanto Aston Martin volesse smarcarsi dall’eredità gentleman-coupé che l’aveva resa famosa. Towns aveva un linguaggio chiaro e poche concessioni al manierismo del decennio: superfici tese, angoli vivi, niente che potesse essere scambiato per nostalgia. La Bulldog era la stessa estetica portata oltre, fino all’estremo. Era alta poco più di un metro — un metro e nove, per essere precisi — larga quasi due, lunga poco più di quattro. Si guardava in faccia con le linee delle dream car italiane di un decennio prima — la Lancia Stratos Zero, la Maserati Boomerang, la Lamborghini Marzal — ma con un metodo industriale britannico, severo, quasi puritano nell’ostentazione della tecnologia.

Il nome veniva dal codice interno del progetto: K-9, come il cane robot di Doctor Who, l’idea era una macchina dimostrativa con cui mostrare al mondo cosa Aston Martin sapesse fare quando si toglieva i guanti. La spinta industriale era arrivata da Alan Curtis, direttore generale dell’azienda nel periodo successivo al fallimento sfiorato della casa: Aston Martin era da poco passata in mani nuove, cercava di rilanciarsi dopo anni difficili, e una vettura concept di altissimo livello tecnico era esattamente il segnale che serviva per dire al mondo che la casa di Newport Pagnell era ancora viva e ambiziosa. L’ingegnere capo del progetto fu inizialmente Mike Loasby — lo stesso che aveva guidato lo sviluppo elettronico della Lagonda — affiancato poi da Keith Martin negli anni dello sviluppo definitivo.

L’idea era doppia: presentare la macchina al pubblico e cercare investitori, e dimostrare tecnicamente che Aston Martin poteva costruire un’auto in grado di superare le duecento miglia orarie. Il primo obiettivo riuscì a metà — la Bulldog fece molto rumore, ma gli investitori non si materializzarono nelle dimensioni attese. Il secondo obiettivo restò in sospeso per quarantaquattro anni.


La tecnica: motore al centro, porte verso l’alto, comandi a sfioramento prima che fosse normale

Sezione intitolata “La tecnica: motore al centro, porte verso l’alto, comandi a sfioramento prima che fosse normale”

Aprire la Bulldog significa attivare due pistoni elettrici che alzano lentamente le porte ad ala di gabbiano — soluzione iconica anni Settanta-Ottanta che qui assume proporzioni sproporzionate, perché le porte non sono semplici sportelli ma sezioni quasi integrali del fianco vettura. Una volta sedute al loro posto, le persone si trovano in un abitacolo a due posti chiuso da un tetto piatto, con un parabrezza fortemente inclinato e un cofano davanti che dal posto guida quasi non si vede. Per tergerlo, un’unica spazzola da 60 centimetri spazza orizzontalmente il vetro: una scelta scenica più che funzionale, eppure perfettamente coerente con il linguaggio della macchina. Sopra il cofano motore, dietro l’abitacolo, una griglia trasversale lascia respirare il V8 turbo che spinge tutto.

E poi c’è il motore, che è la parte più radicale del progetto perché segna l’unica vera rottura della Bulldog con la tradizione Aston Martin. La casa di Newport Pagnell ha sempre montato i suoi V8 davanti, con trazione posteriore, secondo la più classica formula GT inglese — e con la sola eccezione della Bulldog continuerà a farlo per tutta la sua storia successiva, fino al presente. Sulla Bulldog, invece, l’unità è centrale longitudinale: il V8 di 5.344 centimetri cubi della casa, lo stesso che girava nelle V8 Vantage e DBS dell’epoca, è qui sovralimentato da due turbocompressori Garrett AiResearch T04B e alimentato da iniezione Bosch. La potenza dichiarata su strada è di circa 650 cv a 6.000 giri/min — oltre 700 cv al banco, in alcuni test successivi — con una coppia di circa 670 Nm a 5.500 giri. Numeri che nel 1980 nessuna macchina di serie si avvicinava a sfiorare.

Davanti al guidatore, il cruscotto. La Lagonda aveva già sperimentato un cockpit completamente digitale e comandi a sfioramento — soluzioni così avanti coi tempi da risultare problematiche per affidabilità sull’auto di serie — e la Bulldog ne riprende l’approccio portandolo all’estremo. Display LED, pulsanti capacitivi, niente strumentazione analogica. A bilanciare la freddezza tecnica, il resto dell’abitacolo è dichiaratamente Aston Martin: pelle Connolly, tappeto Wilton, inserti in noce. Era il contrasto migliore possibile fra l’ambizione tecnica della macchina e la sua identità di marca.


Aston Martin Bulldog


Il test ufficiale per stabilire la velocità massima della Bulldog si tenne a MIRA — il Motor Industry Research Association, la pista di test britannica usata da decenni per omologazioni e prove di prestazione — nel tardo 1980. Al volante c’era un collaudatore esperto, dietro c’erano gli ingegneri di Aston Martin che avevano calcolato sulla carta una velocità massima oltre i 200 mph e contavano di documentarla. La Bulldog accelerò pulita, raggiunse i 280 km/h, salì verso i 300, attraversò i 191 mph — circa 307 km/h — e a quel punto iniziò a sollevarsi dall’asfalto. Il fenomeno della portanza aerodinamica alle altissime velocità era stato sottovalutato in fase di progetto: la macchina galleggiava sulle proprie ruote, e il pilota fu costretto a chiudere il gas. I tecnici stimarono che con appendici aerodinamiche aggiuntive e ulteriori sviluppi i 200 mph sarebbero stati raggiungibili, ma il costo di quegli sviluppi non era né previsto né più giustificato dal piano industriale del momento.

A gennaio del 1981 Victor Gauntlett era diventato presidente di Aston Martin. Davanti a un’azienda che stava cercando di stabilizzare i conti e rimettere in carreggiata la produzione corrente, la Bulldog appariva un esercizio di prestigio che non poteva permettersi. Il piano della piccola serie di 12-25 esemplari fu cancellato. La macchina, completata e funzionante, fu venduta poco dopo a un cliente mediorientale per circa 130.000 sterline. Aston Martin tornò a costruire V8 Vantage, Lagonda berline e — qualche anno dopo — a sviluppare il progetto che diventerà la Virage. La Bulldog, come oggetto industriale, era chiusa.


Le vite della Bulldog: dal Medio Oriente alla California, passando per i carburatori Weber

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Negli anni Ottanta e Novanta, la Bulldog fece poche apparizioni pubbliche. Il proprietario mediorientale la portò negli Stati Uniti, dove fu sottoposta ad alcune modifiche significative. La carrozzeria originale, in due tonalità di grigio argento, venne ridipinta in un verde metallizzato bicolore con interni color crema. L’iniezione Bosch fu sostituita da una batteria di carburatori Weber — una scelta tipica delle officine americane che, a torto o a ragione, consideravano più semplice manutenere il vecchio sistema a carburatori sulle V8 Aston Martin di fine anni Settanta. Alcuni dettagli secondari furono modificati: gli scarichi spostati sotto il paraurti posteriore, gli specchietti laterali ridisegnati, qualche cromatura aggiunta.

Negli anni Novanta la macchina riemerse in alcune mostre pubbliche, e nel 2013 fu esposta alla celebrazione del centenario di Aston Martin a Kensington Palace, con la livrea verde ancora intatta. Poi, nel 2020, il punto di svolta: la Bulldog fu acquistata dal collezionista americano Phillip Sarofim — figlio del finanziere texano Fayez Sarofim, già proprietario di una collezione importante di Aston Martin — che decise di rimetterla nelle condizioni originali del 1980 e, soprattutto, di portare a termine l’unica cosa che era rimasta in sospeso: i 200 mph.

L’auto venne consegnata a Classic Motor Cars, specialista britannico di restauri di alto livello con sede a Bridgnorth nel Shropshire. Il lavoro durò diciotto mesi e impegnò circa 7.000 ore di manodopera. La carrozzeria fu riportata alla livrea bi-tono grigia originale, il sistema di alimentazione ricondotto all’iniezione Bosch del 1980 (con i carburatori Weber rimossi e conservati separatamente per documentazione storica), tutti i sistemi elettronici originali ricostruiti o restaurati, le porte ad ala di gabbiano sistemate per riprenderne la funzionalità elettrica. A novembre del 2021 la macchina debuttò pubblicamente al Concours of Elegance di Hampton Court, di nuovo argento e grigia come William Towns l’aveva pensata.


6 giugno 2023, Machrihanish: il conto in sospeso saldato

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Il primo tentativo di portare la Bulldog restaurata oltre i 200 mph avvenne nel 2021 alla Royal Naval Air Station di Yeovilton, in Inghilterra, con Darren Turner al volante — tre volte vincitore di classe alla 24 Ore di Le Mans, pilota ufficiale Aston Martin. La pista non era abbastanza lunga: la Bulldog raggiunse 176 mph ma non poteva spingere più in là senza esaurire spazio per la frenata. Servì una location migliore.

La trovarono in Scozia, all’ex base militare di Machrihanish, sulla penisola di Kintyre: una vecchia pista di volo della Royal Air Force con asfalto sufficientemente lungo e in buone condizioni, isolata abbastanza da permettere un tentativo di velocità in sicurezza. Il 6 giugno 2023, in condizioni meteorologiche favorevoli, Turner allineò la Bulldog all’inizio della pista, accese il V8 biturbo, lo lasciò salire. Quando l’auto attraversò la zona di rilevazione cronometrica, gli strumenti registrarono 205,4 mph — circa 330,5 km/h. Il limite originario era stato superato di oltre 5 mph. Quarantaquattro anni di attesa, sette anni dopo la morte di William Towns nel 1993, finivano qui.

La macchina dopo il record è entrata nel circuito dei grandi eventi di concorso. Nell’agosto del 2024 è stata esposta a Pebble Beach, sotto il sole della California, davanti a un pubblico che molto probabilmente sapeva già tutto della sua storia ma voleva vederla con gli occhi. Da quel momento in poi, la Bulldog non è più solo un prototipo cancellato: è un capitolo chiuso, riaperto e portato a termine dalla generazione successiva.


Anima10/10

Un cuneo da un metro e nove di altezza con porte ad ala di gabbiano e un V8 biturbo al centro. Costruita una volta sola e mai dimenticata: l'anima è esattamente quella che ti aspetti da una macchina che fa di tutto per essere indimenticabile.

Guidabilità7/10

Centocinquanta i piloti che l'hanno guidata sono stati esperti scelti per l'occasione. Sterzo pesante, visibilità anteriore difficile, abitacolo claustrofobico: non è una macchina da raduno, è una macchina da pista lunga.

Rilevanza storica10/10

L'unico tentativo di Aston Martin di costruire una supercar a motore centrale prima della Valkyrie. Punto di passaggio fra il cuneo italiano degli anni Settanta e i prototipi britannici degli anni Ottanta. Documentazione completa: design, ingegneria, record, restauro.

Reperibilità1/10

Una sola al mondo. È in collezione privata Sarofim, esposta saltuariamente nei grandi concorsi internazionali. L'unico modo di vederla è andare dove la portano.

Costo di gestione4/10

Esemplare unico significa ricambi unici, conoscenza tecnica condivisa da pochissimi specialisti, ogni intervento è un progetto a sé. Classic Motor Cars è oggi il riferimento, ma 7.000 ore di restauro raccontano la complessità del manufatto.

Il Verdetto del Lettore

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Aston Martin Bulldog


Non c’è un mercato per la Aston Martin Bulldog perché non c’è una Bulldog da mettere sul mercato. È stata venduta nuova nel 1981 per circa 130.000 sterline — cifra significativa per l’epoca, ma in linea con altre supercar prototipo dell’epoca — ed è cambiata di mano solo una volta, nel 2020, quando Phillip Sarofim l’ha acquisita per riportarla in vita. Il prezzo della transazione non è stato reso pubblico e, francamente, è un dato che ha poco significato pratico: parliamo di un oggetto che, in qualsiasi asta venisse offerto, definirebbe da solo la sua categoria di prezzo. Le stime informali che circolano nel circuito dei concorsi internazionali parlano di valori a otto cifre in sterline, ma sono speculazioni: l’unico modo per scoprire quanto valga è metterla in vendita, e nessuno sembra avere intenzione di farlo.

Il suo posto, oggi, è in quella categoria di automobili — Bugatti Type 41 Royale, Mercedes-Benz 300 SLR Uhlenhaut, Lamborghini Miura SVR — che esistono in numero così piccolo da rendere ogni esemplare un pezzo unico nel senso letterale del termine, e che vengono trattate non come investimenti ma come tasselli di un patrimonio culturale ristretto. Quando la Bulldog viene esposta a Pebble Beach, a Hampton Court, a Villa d’Este, lo fa per il pubblico — non per il listino. E forse è la cosa più giusta che possa accaderle, dopo quarantaquattro anni passati a non avere prezzo per ragioni opposte.

Trend: 📈 Il record di Machrihanish nel 2023 ha aumentato significativamente la visibilità del modello sul circuito internazionale dei concorsi, consolidando la Bulldog come uno dei prototipi più discussi e ammirati della storia Aston Martin.


  • Il nome interno del progetto era K-9, in omaggio al cane robot della serie Doctor Who. Il codice ufficiale Aston Martin del prototipo è DP K9/01 — DP per “Development Project”, K9 per il nome interno, 01 per l’unico esemplare costruito.
  • La Bulldog era stata pensata per essere prodotta in piccola serie limitata, fra i 12 e i 25 esemplari secondo le diverse stime. Il piano industriale fu cancellato nel gennaio 1981 da Victor Gauntlett, neopresidente Aston Martin, che ritenne l’azienda non in grado di sostenere il progetto in quella fase di consolidamento finanziario.
  • L’unico tergicristallo della Bulldog misura 60 centimetri di lunghezza e spazza orizzontalmente l’intero parabrezza. È una soluzione di scenografia funzionale: avrebbe potuto montarne due, ma il singolo lungo era visivamente più pulito e coerente con il linguaggio wedge della carrozzeria.
  • I cinque fari della Bulldog sono nascosti dietro un pannello sul muso che si apre dall’alto verso il basso, come una grande mascella. È una soluzione che nessun’altra Aston Martin ha mai usato, e che è uno dei dettagli che le hanno valso il nome.
  • William Towns morì nel 1993 senza vedere la Bulldog raggiungere i 200 mph. Il record di Machrihanish del 6 giugno 2023 fu raggiunto con Darren Turner al volante, alla velocità rilevata di 205,4 mph — oltre cinque miglia all’ora sopra l’obiettivo originale.
  • Negli anni della proprietà americana la Bulldog era stata ridipinta in verde metallizzato bicolore, con interni color crema, e l’iniezione Bosch sostituita da una batteria di carburatori Weber. Il restauro Classic Motor Cars del 2020-2021 ha riportato la macchina alla configurazione e alla livrea originali del 1980.

  • Non puoi comprarne una. La Bulldog è un esemplare unico in collezione privata, non è in vendita e non lo sarà a breve termine. Qualsiasi discussione sulla “Bulldog ideale da cercare” è un esercizio di immaginazione: esiste solo lei.
  • Replica e omaggi non valgono nulla. Negli anni sono apparse fotomontaggi, render, alcuni progetti di replica più o meno seri. Nessuno è riconosciuto come continuazione del progetto Aston Martin, nessuno ha valore collezionistico, nessuno ricostruisce l’oggetto originale.
  • Vederla dal vivo è possibile. La Bulldog viene esposta saltuariamente nei grandi concorsi internazionali — Pebble Beach, Hampton Court Palace, Goodwood Festival of Speed, Villa d’Este — su invito o per accordi specifici con il proprietario. Seguire i calendari delle manifestazioni è l’unico modo realistico di incontrarla.
  • Il libro fa fede. Il volume “Aston Martin Bulldog: The Inside Story” di Roger Stowers e l’archivio fotografico Aston Martin Heritage Trust sono le fonti più dettagliate sul progetto e sulla cronologia degli interventi. Per chi vuole approfondire, la documentazione esiste.
  • Il record è ufficiale. Il 205,4 mph del 6 giugno 2023 a Machrihanish è stato rilevato con strumentazione cronometrica certificata e documentato pubblicamente. Non è una stima: è un dato.
  • Classic Motor Cars è il riferimento tecnico. Lo specialista di Bridgnorth ha completato il restauro 2020-2021 e ha sviluppato la conoscenza tecnica più approfondita esistente sul progetto Bulldog. Qualsiasi futura manutenzione o intervento ricadrà con ogni probabilità su questa officina.

L’Aston Martin Bulldog monta un V8 di 5.344 cc con doppi turbocompressori Garrett AiResearch T04B e iniezione Bosch, accreditato di circa 650 cv a 6.000 giri/min su strada e oltre 700 cv al banco. La coppia massima dichiarata è di circa 670 Nm a 5.500 giri/min. È stato per breve tempo il motore più potente mai montato su un’auto da strada.

Non esiste una quotazione di mercato per l’Aston Martin Bulldog perché è stato costruito un solo esemplare al mondo. Acquistata nuova per circa 130.000 sterline da un collezionista mediorientale nel 1981, è stata riacquistata nel 2020 dal collezionista americano Phillip Sarofim per una cifra mai resa pubblica. Qualsiasi valutazione attuale ricadrebbe nella categoria delle auto inestimabili.

Una sola. Il piano industriale originale prevedeva una piccola serie di 12-25 esemplari, ma quando Victor Gauntlett assunse la presidenza di Aston Martin nel gennaio 1981 cancellò il progetto: l’azienda aveva priorità più urgenti. La Bulldog restò un esemplare unico (codice interno K-9, codice progetto DP K9/01) e fu venduta a un cliente privato pochi mesi dopo la presentazione del 1980.

Sì, ma quarantaquattro anni dopo. Il test originale a MIRA nel 1980 si fermò a 191 mph (307 km/h) per problemi di portanza aerodinamica. Il 6 giugno 2023, dopo un restauro durato 7.000 ore di lavoro a Classic Motor Cars, la Bulldog raggiunse 205,4 mph (330 km/h) sulla pista di Machrihanish in Scozia, con Darren Turner al volante.

L’Aston Martin Bulldog è stata disegnata da William Towns, lo stesso autore della Lagonda berlina del 1976. Il linguaggio wedge è il filo conduttore fra le due vetture, ma la Bulldog spinge il concetto fino all’estremo: alta poco più di un metro, porte ad ala di gabbiano azionate elettricamente, un solo tergicristallo da 60 cm, cinque fari nascosti dietro un pannello frontale apribile.

Perché l’Aston Martin Bulldog non è mai entrata in produzione?

Sezione intitolata “Perché l’Aston Martin Bulldog non è mai entrata in produzione?”

Il progetto fu cancellato nel gennaio 1981 da Victor Gauntlett, neopresidente di Aston Martin, perché l’azienda — appena uscita da un periodo finanziariamente complicato — aveva esigenze industriali più immediate. La Bulldog era nata come dimostrazione tecnica e di prestigio, non come modello da produrre in serie, e il costo per portarla davvero in catena di montaggio era considerato sproporzionato rispetto al ritorno di immagine.


Motorfomo racconta le auto — e le moto — che arrivano seconde. La Aston Martin Bulldog è arrivata seconda due volte. Nel 1980 era seconda a sé stessa, perché il piano era costruirne dodici o venticinque e invece ne fecero una sola. Nel 1981 era seconda alle priorità del nuovo presidente, perché il progetto sembrava più un lusso che un investimento, e fu cancellato. Restò ferma in collezioni private per quasi mezzo secolo, con un conto aperto di nove miglia all’ora che non era riuscita a saldare al test originale. Poi un collezionista americano ha deciso che quel conto andava chiuso, ha ingaggiato uno dei pochi specialisti capaci di affrontarlo, ha trovato la pista giusta in Scozia, e il pomeriggio del 6 giugno 2023 William Towns ha vinto la sua scommessa con quarantaquattro anni di ritardo. La Bulldog è ufficialmente la macchina che è arrivata seconda perché era arrivata prima di tutti — al punto giusto, nel momento sbagliato. Adesso è arrivata anche al punto giusto, nel momento giusto. È esattamente per questo che è su Motorfomo.


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